Eroi Della Nostra Vita

Caro diario,

Oggi sono qui per parlarti del mio problema… Della mia bestia, della mia segreta fobia.

La psicologa mi ha dato come cura raccontare le mie avventure che siano belle, tristi o brutte.

La mia vita era la solita: camminare nei lugubri corridoi esanimi della scuola affiancata dalle mie amiche, udire i sospiri strazianti dei poveri “soldati” caduti in una battaglia o anche chiamata lezione, avanzare passo dopo passo come le lancette di un orologio che segnano i secondi, mentre il mondo mi trascorreva e trotterellava intorno, arrivare a casa, sorridere, raccontare le “avventure” accadute a una ricercatrice di azioni.

Fino a quando… Beh… Fino a quando una macchia nera calò sulla mia vita. Buio. Nero. Come l’inchiostro che colava nelle limpide acque di un bicchiere. L’ oscurava, l’opprimeva, l’intossicava fino a farla morire.

Mi sono chiesta molte volte cosa avessi sbagliato. Qual’è quella spina che aveva avvelenato la mia carne? E poi avevo capito: avevo fatto entrare nella mia anima gli insulti, quelle parole che la laceravano facendovi uscire la linfa e la luce della vita e facendovi penetrare le orribili e gelide ombre.

Avevo fatto in modo che cibassi la famelica bestia che risiedeva in me taciturna, aspettando il suo momento; commettendo l’errore di tacere le insinuazioni che mi circondavano e che opprimevano la mia vita.

I miei occhi vacui osservavano la solita vita in modo più macabro: i corridoi assomigliavano a ossa frantumate di un vecchio scheletro dimenticato, le aule sembravano prigioni che ammazzavano la mia mente; i sorrisi facevano male, la loro falsità colpiva direttamente al mio cuore infranto. Le mie giornate non erano più colorate da colori sgargianti e dalla voglia di vivere ogni secondo; erano formate dalla mancanza di cibo decorate da infiniti minuti o forse ore a osservare quei piccoli fili bianchi così sottili e luccicanti di una ragnatela che costruivano un qualcosa più grande di essi. Un insieme di qualcosa di fragile che sottoposto a una minima pressione sarebbe ceduta portandosi con se la fatica, lasciandosi trasportare stancamente dal suo distruttore. Era così che immaginavo il mio corpo.

Mi sentivo sola, nessuno riusciva a capire il mio dolore, non sapevo che fare, pensai che mi sarei sentita meglio se avessi avuto il controllo su qualcosa.

Sul mio corpo. Ma mi sbagliavo.

Dovevo avere il dominio della mia belva che cresceva e diventava bramosa ogni secondo che trascorreva e gli specchi me lo urlavano contro, ma avevo la nera depressione che opprimeva la mia mente non concedendomi di pensare.

Molte delle persone che mi circondavano cercavano di aiutarmi; ma rifiutavo in modo brusco, non ero io a rispondere… o forse si, forse non volevo che mi portassero via anche l’ultima cosa che mi rimaneva: un corpo, ormai non più mio, coperto da un telo sottile di pelle fragile premuta contro le ossa che sentivo sgretolare da un momento all’altro… o forse era un’allucinazione della mia mente che voleva che smettessi, che quel corpo tumefatto non sarebbe durato ancora per molto.

Fino a quando un giorno, vuota dentro è priva di lacrime che il mio cuscino conosceva bene, pensai ” davvero dei commenti mi hanno ridotto a questo? A diventare un qualcosa che io non sono?”; Amavo il mio corpo, amavo la mia vita; era la storia che una scrittrice voleva scrivere, e col tempo ho imparato una cosa: i supereroi non esistono sono solo fantasie sussurrate da lettere tondeggianti di un libro, non esistono eroi o eroine che combattono contro ombre oscure per salvare il mondo; siamo solo noi, piccoli eroi della nostra vita; siamo gli unici a poterla portare via dalle bramose grinfie dell’oscurità. Da quel giorno mi promisi che avrei difeso la mia vita con tutto il mio corpo e la mia anima cosicché un giorno possa essere l’eroina di una storia che ho amato più di altre.

Ed ora sono qui a scrivere con gli occhi velati di lacrime e le cicatrici che mi ricordano che ce l’ho fatta, che sono qui a sorridere e a vivere la mia vita.

By: Alessandra Carriere.

 

“L’anoressia è un fiume in piena che ti travolge…credi di poterla controllare ma alla fine è lei a controllare te…
L’anoressia mi ha rubato l’adolescenza…mi credevo imbattibile …credevo di poter smettere in qualsiasi momento,non riuscivo ad accettare di essere malata…ancora oggi quella parola da molti chiamata “la bestia” mi fa paura…e mi fa paura soprattutto pensare a quante cose mi sarei persa se non avessi trovato in me la voglia di vivere. Non parlo mai del mio periodo brutto ma ho sempre avuto il desiderio che la mia rinascita possa aiutare qualcuno che soffre come ho sofferto io…perché riuscire a venirne fuori è possibile…oggi ho una vita normalissima,lavoro e ho concluso gli studi che la malattia mi aveva impedito di continuare….non chiudetevi in casa là fuori c’è un mondo che vi aspetta! Un passo alla volta…datevi tempo…riuscirete ad amare voi stesse come io ho imparato ad amare me stessa…Vorrei abbracciarvi tutte perché chi ha vissuto o sta vivendo l’anoressia è un po’ come se fosse mia sorella….”

-Valentina Di Nilfo

Vorrei ringraziare Valentina Di Nilfo e Federica Ronchini per avermi raccontato le loro azioni eroiche e la loro dura lotta contro La Belva. Loro, con l’esperienza, hanno compreso che sono l’eroine della loro vita.

Auguro loro buona fortuna e che diano sempre il meglio di loro. Grazie.

 

Precedente L'amore è una... Successivo Arriva l'estate